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Credo che se si facesse una statistica fra le persone che operano in campo psichiatrico, psicoanalitico e psicologico, chiedendo loro di rispondere sì o no alla domanda: «ritenete che la disciplina di cui voi siete professionisti sia influenzata dalla filosofia?», il numero dei «sì» rischierebbe di assumere l'aspetto di una valanga. Credo anche, però, che non molti di quegli stessi interpellati sarebbero in grado di motivare in termini non generici ciò che li ha spinti a dare una risposta affermativa. Quello dello stretto rapporto di influenza esistente fra filosofia e scienze della psiche non diventa altro che un luogo comune se non si approfondisce la conoscenza dei reali legami che da sempre hanno di fatto tenuto insieme queste due discipline del pensiero: la mia impressione, comunque, è che una operazione di questo tipo non venga intrapresa troppo spesso da chi opera sulla sofferenza psicologica dell'individuo; non si può quindi che salutare con piacere la fatica di chi, come l'autrice del testo che qui vien preso in esame, dedica la propria attenzione allo studio dell'influsso esercitato da un filosofo, Henry Bergson, sullo sviluppo della psichiatria del suo tempo.
Valeria Babini, ricercatrice presso il Dipartimento di filosofia dell'Università di Bologna, propone al lettore di seguirla nell'esplorazione del pensiero del filosofo francese Bergson, per poi mostrargli quanto importante sia stata l'influenza da lui esercitata su almeno tre correnti di studio in campo psicologico: quella clinica, rappresentata dall'opera di Pierre Janet, quella fenomenologica, con Eugène Minkowski, e quella neurobiologica, fra i cui esponenti spicca von Monakow. Un tale allargato spettro di influenze, ci dice subito l'autrice, è possibile proprio per la poliedricità del pensiero del filosofo francese, che permette di isolare un Bergson fenomenologico a fianco di un Bergson pragmatista, produttori di filoni diversificati di pensiero, capaci di andare a toccare, stimolandole, aree di