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Accolgo un suggerimento verbale del dott. Contri: la psicoanalisi nasce «divulgativa». D'altronde è innegabile che Freud, oltre che l'insuperato divulgatore delle proprie concezioni, sia stato in ambito culturale un debanalizzatore, nel senso esposto alla voce banalizzazione del lexicon psicoanalitico, p. 87. Sembra quindi doversi ammettere che vi sia una divulgazione non banalizzante, così come una banalizzante. Nella chiave di lettura offerta entro il lemma succitato, si può interpretare ciò come un necessario collocarsi della divulgazione in un continuum, teso tra un massimo e un minimo di banalizzazione, il massimo consistendo nel trasferimento di un'elaborazione teorica da un ambito teorico forte all'ambito debole dell'«opinione comune», ovvero quello delle opinioni e dei pregiudizi dell'«uomo di cultura media». Il minimo di banalizzazione consisterà invece nel massimo di accessibilità (o di trasparenza, per usare un concetto di moda) garantito solo dalla cogenza, completezza e chiarezza dei procedimenti d'inferenza, dalla solidità delle premesse, nonché da alcune tecniche espositive che non chiamo retoriche, a causa della coloritura peggiorativa che tende a caratterizzare la nozione di retorica, e che chiamerò quindi semplicemente «linguistiche». Esse sono brevemente indicate nella parte B di questo scritto. Nel caso del minimo di banalizzazione, i piani d'intersezione e interferenza tra ambiti teoricamente forti e teoricamente deboli operano, per così dire, in senso inverso a quello
* Comunicazione presentata al seminario dell'Istituto «Il lavoro psicoanalitico» di Milano nel giugno 1989, in ordine al programma «Enciclopedia» dell'Istituto.
** Via dei Cybo 1, 20127 Milano.
del caso opposto (massimo di banalizzazione), debanalizzando concetti e teorie (o meglio «opinioni») dell'ambito noeticamente debole.
Che cosa «si divulga»? Un insieme strutturato, ancorché imperfettamente e/o incompletamente, di nessi concettuali. Come lo si divulga?
esponendo alcuni nessi in form