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Mi sembra possa essere interessante rileggere il caso descritto da Franco Del Corno facendo attenzione a ciò che, per così dire, appare in filigrana o sullo sfondo: la modalità con cui lo psichiatra svolge il suo compito ed il tipo di rapporto che egli instaura e sviluppa con lo psicoterapeuta. Mi soffermerò su alcuni passaggi significativi della condotta dei curanti e cercherò di illustrare quali ne siano state le determinanti e le conseguenze. Infine esporrò alcuni punti di riflessione sul problema — vastissimo — delle terapie combinate in psichiatria.
L'entrata in scena dello psicologo permette già di fare alcune osservazioni: il suo intervento, di carattere diagnostico sulla struttura di personalità, viene infatti richiesto appena tre giorni dopo l'ingresso della paziente. Ciò sta a significare l'interesse dello psichiatra ad un approfondimento psicologico precoce e, soprattutto, la convinzione sua e dello psicologo di poterlo svolgere contemporaneamente a quello clinico senza interferenze reciproche, per giungere ad una diagnosi condivisa. Si deve notare inoltre che lo psicologo non appare come un consulente occasionale ma piuttosto come una presenza abituale nell'équipe curante di reparto, al punto che partecipa anche ad attività strutturate come il «giro». Questo fatto, ovviamente non casuale, rappresenta un interesse preciso dello psicologo a seguire da vicino l'attività clinica, vista come complemento della propria. Il che mi sembra costituisca un'immagine speculare dello psichiatra, che si è mostrato interessato ad utilizzare precocemente una valutazione di personalità della paziente. Appare chiaro dalla descrizione del caso che questa presenza parziale di ciascuno nel campo dell'altro non rappresenta uno sconfinamento e tanto meno pregiudica una chiara definizione dei ruoli, comunque necessaria sia per i pazienti sia per gli altri operatori coinvolti. Essa dimostra semplicemente l'esistenza di una zona di sovrapposizione operativa, che viene cogestita inve