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Nato a Trento negli anni 1984-87 come tesi di dottorato di ricerca in sociologia, questo testo della bolognese M.A. Trasforini, ora ricercatrice a Ferrara, seguendo «il filo di Arianna della professionalizzazione della figura dello psicoanalista» (p. 12), toglie la «segreta abilità» — termine a lungo contemplato come titolo del libro stesso — sia dalla extraterritorialità in cui le scienze sociali l'avevano relegata, che dal clima mitico di cui tale professione ama circondarsi. Questa ardua sfida, condotta sul territorio di frontiera cui J. Rabow (cfr. l'articolo «Psicoanalisi e sociologia» sul n. 4, 1988 di questa rivista) dà il nome di «sociologia della conoscenza», e che sembra ben attagliarsi a quello che M.S. Goldman (cfr. il suo contributo al volume Sociologia psicoanalitica, a cura di J. Rabow, di prossima pubblicazione presso Bollati Boringhieri) coglie come lo stile emotivo e cognitivo femminile, più pronto di quello maschile ad analizzare i fenomeni di interdipendenza, invece che quelli improntati a gerarchia, dominio, ed indipendenza, ha dato luogo ad un libro che, sulla scia di quelli di Sherry Turkle (Psychoanalytic politics, ), ed Edith Kurzweil (The Freudians, ), si presenta sia complesso ed articolato, che di avvincente e piacevole lettura. In realtà, la (segreta) abilità dell'autrice non è consistita solo nel fondere vantaggiosamente tra loro due apparati concettuali, e due prassi così diverse come quelle sociologica e psicoanalitica — del cui «circolo sociale utente», affrontato nell'ultimo capitolo, ha pure fatto parte — ma anche nell'articolare tra loro, in un unico libro, ben quattro tematiche diverse, meritevoli di un loro sviluppo autonomo. E questo accanto alla vera e propria ricerca empirica, che copre sei (4-9) dei dieci capitoli del libro.
La prima di queste tematiche si fonda sugli interrogativi seguenti: da quale terreno storico-sociale Freud ha preso le mosse? quali sono i caratteri del nuovo ruolo occupazionale da lui creato? e quali i