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Particolarmente atteso nella traduzione italiana, a cinque anni dall'edizione originale e tre dalla traduzione inglese, il Trattato si offre al lettore come segno di fecondità e di rigore metodologico veramente straordinari. Il panorama di casa nostra difficilmente ci consente di sentirci altrettanto inseriti nel cuore del dibattito più attuale sul valore, i limiti, la storia e soprattutto Io spirito della ricerca e della pratica di questo «mestiere impossibile» e «sapere mai del tutto supposto» che è l'essere psicoanalisti. La revisione, da parte degli autori, della traduzione spagnola del rende aggiornato questo primo volume - il secondo riguarderà la pratica clinica - con citazioni e riferimenti alle pubblicazioni, a carattere psicoanalitico e critico-epistemologico, anche di tre-quattro anni or sono, nell'area europea, statunitense e latino-americana, pur con qualche omissione, non so se deliberata o riconducibile all'orizzonte culturale tedesco. Si può lamentare a questo proposito, con il curatore stesso nella sua «Nota» iniziale, la scarsità di riferimenti alla letteratura italiana (sottolineiamo però che in bibliografia non vengono segnalate le traduzioni italiane di alcuni articoli): ulteriore conferma della difficoltà della ricerca empirica in Italia e di produzioni che testimonino la riflessione della pratica psicoanalitica privata, che da noi sembra volersi mantenere in una condizione «sommersa» per non esporsi alla verifica, al confronto, alla mediazione con le altre scienze.
Il Trattato non si può concepire se non inserendolo nella particolare storia della psicoanalisi tedesca, dal significato che l'identificazione con Freud assunse per gli psicoanalisti ebrei, all'esigenza sinottica imposta dal nazismo e pur rivelatasi in seguito feconda, alla «rinascita» dopo il ed alla fioritura di Istituti di clinica e ricerca (Istituto per le malattie psicogene di Berlino, Clinica psicosomatica dell'Università di Heidelberg, Istituto S. Freud di Francoforte) che v