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In alcuni miei scritti precedenti su Sigmund Freud, ho preso in esame i tentativi da lui compiuti per dare forma a una teoria comprensiva della mente e del comportamento (Sulloway, , ). Il mio approccio storico prendeva in considerazione la continuità, per solito scarsamente apprezzata, fra gli inizi della carriera di Freud come biologo e neurofisiologo e la sua successiva creazione della psicoanalisi. Sottolineando quella connessione, sostenevo che molti dei più fondamentali concetti psicoanalitici proposti da Freud si basavano su alcuni assunti, erronei e attualmente fuori moda, tipici della biologia del diciannovesimo secolo. La psicoanalisi non è mai stata una “psicologia pura”, per usare un'espressione di Ernest Jones (, vol. 1, p. 395), ma piuttosto una psicobiologia complessa, all'interno della quale gli aspetti biologici divenivano via via sempre più criptici. Criptica o no, una cattiva biologia ha finito per generare una cattiva psicologia. Freud ha quindi eretto il suo edificio psicoanalitico su un terreno pieno di sabbie mobili intellettuali, una circostanza, questa, che ha segnato sin dall'inizio molte delle sue più importanti conclusioni teoriche.