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Dalla disamina di alcune esperienze autobiografiche e di una serie di osservazioni di carattere etno-psicoanalitico, maturate dal contatto con la vita e i costumi del popolo africano dei Dogon, l'autore trae spunto per esprimere alcune considerazioni sulla fortuna e la felicità, due «beni» il cui utilizzo, come ricorda anche Freud, sembra negato alla natura umana. L'applicazione di una chiave di lettura psicoanalitica ai concetti di fortuna e felicità, così come vengono rappresentati nel gioco d'azzardo e nella fede religiosa, consente all'autore di affermare che è l'individuo stesso ad essere responsabile della buona o della cattiva sorte del proprio destino.