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Come è andata costruendo la propria immagine disciplinare la psichiatria italiana? Quando e in che modo si è separata dalla medicina e si è rivolta in modo
autonomo a considerare i problemi degli alienati? E, soprattutto, chi nel corso del suo sviluppo ne ha scritto la storia? Neil'introdurre Il borghese e il folle di Dörner, Ferruccio Giacanelli riconosceva nella prefazione al primo numero dell'Appendice psichiatrica, apparsa il 2 febbraio , la data possibile dell'esordio: in quello scritto, Andrea Verga si assumeva il compito di fornire agli psichiatri dell'epoca una rivista che potesse loro offrire un luogo per ragionare sul proprio sapere e, insieme, la possibilità di riflettersi in una disciplina unitaria che aspirava a costituirsi come nascente specialismo nel ribollente clima politico-culturale dell'Italia risorgimentale. Ed è proprio sul carattere nazionale della psichiatria italiana che Verga insisteva attribuendole, con toni fortemente patriottici, il primato di aver inaugurato una «nuova era dei pazzi». Pochi anni più tardi, nel '64, in una lunga lettera pubblicata su La Nazione e indirizzata al dottor Brierre de Boismont, Carlo Livi s'interrogava su chi avesse diritto a essere indicato come il pioniere della riforma agli alienati: Pinei o Chiarugi? E pur ammettendo il ritardo nell'ammodernamento dell'assistenza psichiatrica sulla penisola, Livi non aveva dubbi nel riconoscere al secondo l'originalità di un modo nuovo e intelligente di cura degli alienati, ben più radicato nella cultura e nello spirito liberale del suo tempo e ben più concreto nel dar vita ad un manicomio modello quale quello di Bonifazio del pur mitico gesto di Pinel. È a questo «estenuante quesito» che l'autrice del volume La storia della psichiatria fa risalire, «per la sua significatività, non per oggettività», la nascita della storia della psichiatria italiana: in un lavoro che cercava dunque ad un medesimo tempo di identificare lo stile nazionale della psichiatria italiana e di tr