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«La giustizia è il primo requisito delle istituzioni sociali, così come la verità lo è dei sistemi di pensiero. Una teoria, per quanto semplice ed elegante, deve essere abbandonata o modificata se non è vera. Allo stesso modo, leggi e situazioni, non importa quanto efficienti e ben congegnate, devono essere riformate o abolite se sono ingiuste. Poiché la verità e la giustizia sono le virtù principali delle attività umane esse non possono essere soggette a compromessi» (Rawls, 1991: Una teoria della giustizia. Feltrinelli).
Ci perdoneranno i lettori se iniziamo questa nostra replica con una citazione che per altro esprime con irripetibile chiarezza il nucleo centrale del nostro intervento sul caso Osheroff (Psicoter. sc. um. , 3), vale a dire la nostra convinzione del primato della giustizia come necessario fondamento della cultura e della pratica psichiatrica in quanto istituzione sociale. Gli interventi di risposta di Perlini, Schettino (Psicoter. sc, um. , 1), Rugi, Caprioli e Gaetti (Psicoter. sc. um. , 2), non hanno, a nostro avviso, affrontato questo punto. Essi hanno basato gran parte delle loro critiche su presunti attacchi alla libertà di pensiero ed alla potestà terapeutica degli operatori attuati in nome di altrettanto presunti assolutismi morali. La sufficienza e l'ambiguità esibita dai nostri interlocutori ci confermano nella nostra impressione che i problemi di ordine istituzionale inerenti i rapporti tra pratica e terapeutica e conoscenza teorico-scientifica rivestono oggi un'importanza preminente, e che necessitino di una certa opera di ridefinizione concettuale e pratica ancora assai incerta nelle sue linee direttive. In tutti e quattro gli interventi, ad esempio, la psichiatria è sempre chiaramente identificata in prima battuta come sistema tecnico-scientifico.
Perlini, ad esempio, definisce a più riprese la psichiatria come una disciplina. È un termine che può essere inteso in due accezioni diverse e sul quale quindi è indispensabile soffermarsi, pen