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Se sia possibile o meno il «contagio» della follia, che il sano cioè ceda all'argomento del folle, è domanda tanto inconsueta che quasi si esita a porla; si ha quasi l'impressione che gli autori che ne hanno parlato e scritto abbiano sentito il bisogno, per denominare questa eventualità, di un'espressione più rassicurante quale quella di follia comunicata o follia a due. Sono questi infatti i termini che hanno scandito intorno ad un disturbo singolare («casi eccezionali», secondo Lasègue e Falret), i cui molti problemi diagnostici e nosografici trovano piena testimonianza negli scritti raccolti da Valeria Babini.
La psichiatria francese fra il e il (il periodo al quale si riferiscono i testi del volume) vive un momento fecondo, a ridosso di quella che Bercherie definisce la sua «età dell'oro». Il termine folie à deux, coniato negli anni in cui si discute appassionatamente del ruolo dell'imitazione nella propagazione del disturbo psichico e le masse cominciano ad essere oggetto di attenzione psicologica e sociologica, viene assunto come tale dalla psichiatria inglese e tedesca e pressappoco nello stesso periodo s'impone ovunque la teoria della dégénérescence. Sarà anche a partire da quest'ultima teoria, il cui asse ruota intorno alla nozione di «trasmissione per via generativa», che la clinica della folie à deux potrà interrogarsi su una continuità inquietante che, mille volte ricacciata, sempre ritorna: quella fra normalità e follia, come ogni altra continuità implicata e portata alla luce proprio in virtù dell'adozione di una tassonomia (Foucault). Come mostra la curatrice nell'introduzione, è lungo la linea tesa fra la teoria di Morel da un lato e la questione della discontinuità fra il pensiero patologico e quello sano dall'altro che le parole vengono misurate, le ipotesi cautamente avanzate, i casi clinici chiamati a dire quello che gli autori esitano ad affermare. All'inizio del loro celebre lavoro, Lasègue e Falret si sentono infatti come in dovere di dichiar