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«Il linguaggio, prima di significare qualcosa, significa per qualcuno». Questa citazione dagli Scritti di Jacques Lacan, fra le molte e puntuali che l'autore riporta, ci è sembrata il filo conduttore ideale alla lettura del libro, per come pone al centro la questione del soggetto. Soggetto del testo, discorso nevrotico o delirio psicotico che sia, a cui dare comunque uno statuto, perché da questo nasca il diritto alla parola che sola può fondarlo. Partendo da queste premesse, lo scritto — che nasce da una serie di lezioni tenute all'Università di Bologna, uno dei rari insegnamenti in Italia dedicati all'opera di Lacan — prende in esame anzitutto le teorie del linguaggio e i loro legami con la psicoanalisi, per porre il rapporto fra scrittura e soggettività a partire da Freud e dal suo approccio alla psicosi attraverso l'analisi di un testo scritto: le memorie autobiografiche del Presidente Schreber. La psicosi è posta dall'inizio come una logica, e una posizione soggettiva, in contrasto con le ideologie del «deficit» evolutivo; come pure è posta da subito la condizione di divisione del soggetto, la perdita irrimediabile dell'essere umano rispetto al linguaggio che tuttavia lo fa esistere. Ottica quindi chiaramente lacaniana sulla questione, in un testo di cui pure un aspetto interessante e non frequente è invece l'esame comparato che l'autore fa di teorie psicoanalitiche, precisando i punti di partenza che possono sembrare talora simili e le vie divergenti per cui procedono, come avviene per esempio per quanto riguarda l'approccio