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Queste due proposte recenti tentano di offrire delle risposte alla crescente domanda di strumenti da parte degli psicoterapeuti, in particolare quelli del settore pubblico, impegnati a fronteggiare il disagio adolescenziale. Si potrebbero considerare entrambi frutto dell'esigenza di definire in modo più preciso dal punto di vista sia tecnico che teorico la varietà di interventi brevi che vengono attuati in quella fascia di età per la quale la soluzione di una psicoterapia psicoanalitica individuale è irta di ostacoli e non sempre praticabile, come ben argomentato da Nicolò e Zavattini. I due libri sono tuttavia diversi e li considererò separatamente.
Il primo, dopo avere fatto il punto sullo stato attuale della teoria psicoanalitica dell'adolescenza, si propone di mettere in relazione i modelli considerati con le scelte tecniche e di evidenziarne i nodi problematici. Se l'operatore che opta per una psicoterapia a lungo termine sa di dover fronteggiare le ben note difficoltà legate a complesse dinamiche di transfert e controtransfert nonché la tendenza dell'adolescente all'agito e al rifiuto della dipendenza, quello che accetta di impegnarsi in un tipo diverso di intervento, magari per scelta obbligata, ha la necessità di identificare i suoi obiettivi e di usare altri riferimenti rispetto al modello classico. A monte vi è giocoforza la questione della diagnosi che si intreccia strettamente con la opzione psicoterapeutica: gli autori, dopo aver passato in rassegna gli strumenti più attuali (griglia di Laufer, intervista strutturale di Kernberg), sostengono che il processo diagnostico, pur avendo innegabilmente anche valenze terapeutiche, è tuttavia un momento preciso che dovrebbe mantenere una sua specificità e una definizione anche temporale, e che questo deve riguardare il funzionamento globale della persona, rispetto a tre aree: il rapporto dell'adolescente con se stesso, con la realtà e il mondo esterno, e con il diagnosta. La seconda area concerne pertanto anche i