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Patrick Mahony, oltre che psicoanalista, è anche professore di Letteratura inglese presso l'Università di Montreal. Delle sue doti di esperto filologo e di conoscitore dei trucchi del mestiere di scrittore egli ha sempre fatto ampio uso nei suoi importanti contributi alla letteratura psicoanalitica, ed è quindi ottimo il servizio che l'editore Marietti rende al lettore italiano permettendogli di venire a contatto col lavoro di questo autore. Nel testo qui in esame, apparso per la prima volta nel 1982 e poi ristampato in edizione allargata dalla Yale University Press cinque anni dopo, Mahony analizza le caratteristiche dello stile di scrittura di Sigmund Freud, occupandosi così di uno degli aspetti fondanti del percorso scientifico-culturale seguito dal padre della psicoanalisi, le cui capacità letterarie (a differenza di quelle scientifiche) vennero riconosciute ufficialmente attraverso l'attribuzione della massima onorificenza per un autore di lingua tedesca, il premio Goethe, del quale Freud fu appunto insignito nel 1930.
Desidero partire da una rapida presentazione del contenuto di questo buon libro prima di intraprendere la discussione di alcuni degli importanti argomenti che mi sembra esso sollevi. I tre punti fondamentali che Mahony individua alla base dello stile di scrittura di Freud sono: l'intento persuasivo, sempre più o meno chiaramente presente tra le righe dei suoi scritti, la coscienza da parte di Freud dell'esistenza di un pubblico al quale rivolgersi (e il suo desiderio di fare presa su di esso), e infine, il ricorso a una serie di strumenti retorici che Freud sempre utilizza al fine di mantenere un controllo sulla progressione e la fluidità del suo pensiero. La convincente dimostrazione della presenza di questi tre fattori nello stile di scrittura freudiano viene attuata attraverso un esame dettagliato e filologicamente assai rigoroso di Totem e tabù e Al di là del principio di piacere. Più divertente e discorsiva è la parte in cui Mahony ci mostra