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Quando lessi il titolo di questo volume di John S. Kafka pensai subito che si trattasse di qualcuno che aveva qualcosa da dire e che proponesse una prospettiva stimolante. La lettura mi ha confermato pienamente in questa intuizione. Si tratta infatti di un lavoro piacevole ed interessante che si discosta dai binari tracciati dai gran sacerdoti della psicoanalisi americana. John Kafka, un analista
con una vasta esperienza nel trattamento degli stati psicotici e borderline, si propone di introdurre nell'ambito della psicoanalisi un atteggiamento orientato alla ricerca che egli definisce «un laboratorio clinico di filosofia». Il riferimento a realtà multiple contenuto nel titolo evoca immediatamente concezioni del reale e riferimenti ad autori che hanno attivato una salutare discussione di tutti i luoghi comuni della psicoanalisi come Spence e Schafer, ma anche l'israeliano Giora, o lo psicologo Bruner. Si tratta cioè di coloro che oggi sviluppano i grandi temi della tradizione psicologica americana iniziata da William James col suo pragmatismo, unica alternativa al concetto di uomo-macchina imperante nel comportamentismo e nei principali concetti metapsicologici della psicoanalisi. Il volume di Kafka raccoglie contributi rielaborati nel corso di anni, e ciò giustifica alcune discontinuità presenti nel testo che si presenta peraltro assai invitante. L'autore infatti spazia oltre le angustie dei concetti psicoanalitici tradizionali per offrire una prospettiva realmente nuova e stimolante basata non solo sull'osservazione psicoanalitica, ma anche sui risultati delle ricerche neurofisiologiche contemporanee e su ricerche cliniche come quelle effettuate attraverso l'utilizzo dell'Lsd o del Pcp, seppur ormai un po' datate, ma comunque dotate di grande valore storico e metodologico. Ma gli strumenti cui Kafka fa riferimento sono anche la psicologia della percezione e la teoria della comunicazione, come in termini più generali le teorie della complessità e dell'intelligenza