You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Questa sezione è aperta al contributo dei lettori e gli interventi non sono sottoposti al parere del comitato di lettura, per cui il loro livello qualitativo impegna esclusivamente gli autori.
I dattiloscritti non devono superare le 10.000 battute, corrispondenti a 3 pagine della rivista. Si prega di non ripetere argomentazioni già adoperate da altri autori, sintetizzando i riferimenti indispensabili per la comprensione del testo.
Vorrei rispondere al saggio-recensione di Paolo Migone sul lavoro mio e di Harold Sampson al «San Francisco Psychotherapy Research Group» (vedi Psicoter. sc. um., , n. 2), e in particolare riguardo a due problemi da lui toccati. Il primo è la questione del piano inconscio del paziente che avrebbe sempre «qualità positive e giuste». Io ho usato l'idea del piano in molti significati diversi. Principalmente lo uso per descrivere il fatto che il paziente mette alla prova, cioè sottopone a test, le sue credenze patogene col terapeuta nella speranza di disconfermarle. Ora, in questo senso il piano del paziente è sempre utile (esito a dire che sia «sempre giusto») perché dà al terapeuta una possibilità di aiutare il paziente nei suo sforzi di disconfermare le sue credenze patogene. Un paziente che, nell'infanzia, inferì una particolare credenza patogena, può testare questa credenza in due modi: o ripetendola nel transfert o col rivolgimento del passivo in attivo. Il terapeuta che capisce come il paziente lo sta mettendo alla prova