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Nell'ultimo degli incontri mensili che tenne a Sainte-Anne nell'anno 1971-72, Jacques Lacan ebbe a dire: «Il y a peu de choses aussi abjectes à feuilleter que l'histoire de la médecine: ça peut être conseillé comme vomitif ou comme purgatif, ça fait les deux. Pour savoir que le savoir n'a rien à faire avec la verité, il n'y a rien de plus convainquant». Un giudizio netto, duro, senza possibilità apparenti di appello, sulla storia della medicina. Ma che cos'ha la storia della medicina di tanto emetico? La «storia della medicina» che Lacan mette alla berlina è ovviamente la storiografia medica, e non la semplice trascrizione dei «fatti» che hanno scandito il percorso delle scienze mediche, dall'antichità ad oggi. Lo sberleffo di Lacan si indirizza perciò alle «cattive storie», ai racconti che cantano le «magnifiche sorti e progressive» della scienza medica, oppure alle microstorie che celebrano il culto feticistico del particolare prezioso e fine a se stesso. Che razza di storia è, quella di Voltaggio? È una strana storia: innanzitutto, per la periodizzazione (dalle origini al Settecento, con una conclusione di dieci frettolose pagine sui restanti, ricchissimi due secoli di scienze mediche) e per l'ampio spazio che dedica all'«indagine sincronica sulle aree non letterate» (ossia alle «medicine» dell'Africa nera e degli Indiani dell'America settentrionale, ed allo sciamanesimo) e soprattutto all'antica medicina egiziana, indiana e cinese (oltre un quarto del libro). È una storia dell'arte della guarigione che di quest'arte non parla poi tanto, preferendo guardare alla storia della medicina dal punto di vista delle sue teorie etiopatogenetiche, fisiopatologiche, cliniche — insomma dal punto di vista dell'epistème più che della tèchne. Il che non vuol dire che sia una «brutta storia»: tutt'altro.
Innanzitutto, c'è una massa immensa di informazioni sulla storia non solo della medicina, ma di tutte le culture toccate da Voltaggio nel suo lungo viaggio; dalla teologia egizia