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Ho cercato di cogliere in questo commento-recensione del libro di Stefano Mistura il senso che trascende il testo stesso, e che deriva da una conoscenza, da una frequentazione, da discussioni, a volte anche accese, che datano dal 1973 quando lui era uno dei più brillanti e colti allievi di G. Jervis a Reggio Emilia, ed io giovane assistente nella Clinica Psichiatrica di Bologna. Questa scelta viene per altro imposta dalla mia inadeguatezza ad entrare in una critica rigorosa del testo troppo al di sopra delle mie competenze e al di fuori dei miei interessi specifici. Il libro infatti rilegge in maniera approfondita ed originale il mito di Narciso, collegandolo con quanto sugli stessi argomenti è contenuto nella cultura mitologica e religiosa, e cerca di mettere in evidenza il senso che questi temi hanno per gli uomini di oggi. Da questa enunciazione del tema del libro si può ben capire la difficoltà e la soggezione che il testo suscita, soprattutto in chi, come me, ha sempre privilegiato un modo di fare psichiatria fortemente connotato in senso pratico. Per Stefano Mistura invece la cultura, nel senso più ampio del termine, rappresenta l'anima stessa dell'agire psichiatrico, ne costituisce il presupposto e il risultato. D'altre parte la psichiatria come cultura è stata uno dei filoni più importanti nello sviluppo del pensiero psichiatrico del nostro tempo (basti pensare alla psicoanalisi e all'antropofenomenologia) e si è attribuita e ha alimentato grosse ambizioni antropologiche. In questo senso, quindi, è possibile leggere il testo di Mistura da un'ottica psichiatrica, e non solamente come una interessante esercitazione erudita su alcuni «topoi» fondamentali nella cultura occidentale.
La psicopatologia può svelare qualche cosa della intima natura umana? Certe esperienze patologiche sono in grado di dare risposte a domande che l'uomo