You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Nell'estate 1987, Zvi Lothane - psicoanalista Ipa di New York e docente di psichiatria alla Mount Sinai School of Medicine - si imbattè, nell'ambito di una sua ricerca sul concetto di Sé in Freud, nel caso del Presidente Schreber e - come ci racconta nel primo dei nove capitoli di questo splendido volume di 550 pagine - ne rimase folgorato. Leggendo le Memorie di un malato di nervi - come Freud pur aveva raccomandato di fare - si trovò ben presto «a porre mentalmente domande al protagonista, a entrare nella sua pelle, a pensare i suoi pensieri e a cercare di immaginare cosa dovesse aver significato trovarsi nella sua situazione» (p. 5). Più andava avanti e più si rendeva conto di come «Freud non avesse prestato affatto ascolto a Schreber, ma … avesse proiettato le sue idee su di lui» (p. 6). È così che per i cinque anni seguenti, e probabilmente per molti a venire, i due divennero «compagni inseparabili». In America, dove il libro è uscito nell'autunno 1992, è infatti ormai opinione diffusa che esso valga quale una «globale riformulazione del caso» (Bulletin of the Menninger Clinic, 57:276), e che il suo carattere enciclopedico ne faccia la ripresentazione ideale del più famoso caso psichiatrico, come ha scritto Mortimer Ostow sul n. 2, 1993 di Psychoanalytic Books. Quale è dunque la «formula magica» da Lothane adottata nella sua difesa di Schreber? «Propongo…per usare una frase di Marx, di riporre la piramide sulla sua base» afferma l'autore a proposito del suo approccio. «Schreber infatti non visse primariamente nel mondo “miracolato” degli uomini fatti fugacemente delle sue allucinazioni e dei suoi deliri. Egli fu in primo luogo e soprattutto una persona che visse, amò e soffrì nel mondo reale delle persone, una persona con una professione e un matrimonio, famiglia e amici. I suoi drammi precedettero i suoi sogni» (il corsivo è mio) (p. 8). Ed è così che