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Chi è il narratore del testo autobiografico? Chi il protagonista? E chi ne è il destinatario ideale? Sono i vecchi problemi che da sempre assillano la critica letteraria al cospetto dell'autobiografia, che hanno trovato tante risposte quanti sono stati i testi affrontati, da S. Agostino a Montaigne, da Rousseau a Sartre. Va da sé che ben pochi arrivano a far coincidere ingenuamente l'autore, il protagonista del testo ed il soggetto narrante; ma d'altra parte sarebbe troppo semplicistico - e palesemente antiintuitivo - cavarsela affermando l'assenza di rapporti tra individui che si chiamano alla stesso modo e affermano di essere la stessa persona, pur vivendo in mondi vitali e testuali non coincidenti. Nello spazio di mezzo tra queste posizioni estreme si situa l'arco problematico dell'ermeneutica autobiografica, che cerca di misurare la distanza tra questi omonimi e di valutare le aree di eventuale sovrapposizione. Ai problemi più squisitamente critico-letterari la cultura psicoanalitica dona una prospettiva supplementare, che le consente di ridurre (in una certa misura, ovviamente) l'autobiografia ad una sorta di «caso particolare» della propria tecnica. Cos'altro si fa infatti in analisi se non tentare disperatamente di narrare la propria storia? Una storia che intanto si narra in quanto aspira a scriversi, cioè a dotarsi di quel senso, di quella direzione preferenziale la cui mancanza è uno dei motivi principali dell'entrata in analisi. E tuttavia tra il testo autobiografico ed il testo analitico esistono tantissime differenze, soprattutto perché di storie possibili dell'analisi ce ne sono molte: c'è quella rapsodica, saltellante e reticente, che dice l'analizzante; quella più ordinata e selettiva, ma egualmente frammentaria, che l'analista scrive nei suoi appunti; c'è il caso clinico à la Freud, che conferisce un certo ordine sintattico e cronologico al discorso del paziente; c'è il «frammento di un'analisi», che tenta di rispecchiare il tempo storico degli even