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Recensito su queste pagine (n. 1/1990) da M. Conci a breve distanza dalla sua comparsa negli Usa, il testo è ora disponibile anche in traduzione italiana. Già noto in Italia per Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica (Il Mulino, 1986) scritto in collaborazione con J.R. Greenberg, Mitchell affronta questa nuova fatica ponendosi le seguenti domande: «Che cosa hanno in comune le diverse scuole e tradizioni che compongono il vasto panorama psicoanalitico? Vanno d'accordo l'una con l'altra? E se sì, come? Se no, perché no?». Nel tentativo di superare sia l'ortodossia sia l'ecclettismo che proliferano all'interno dei molteplici orientamenti psicoanalitici contemporanei, Mitchell propone quella che egli chiama un'integrazione selettiva delle diverse posizioni teoriche «attraverso l'esame dei territori più importanti dell'indagine psicoanalitica: la sessualità, il primo sviluppo, la fantasia e l'illusione, la continuità e il cambiamento». La prospettiva in cui egli si colloca è quella relazionale, consapevole tuttavia del dover avere a che fare con una teoria tuttora «frammentata, dispersa ed elaborata da scuole psicoanalitiche che si considerano in un rapporto di competizione anziché di complementarietà». Mitchell intende mettere ordine nella tendenza imperante che vuole a ogni costo vedere come antitetici tra loro due filoni portanti della psicoanalisi attuale, quello cosiddetto ortodosso, ispirato alla teoria delle pulsioni e alla centralità del conflitto intrapsichico, e quello già definito nel lavoro con Greenberg «modello relazionale», proiettato sulla dimensione interpersonale del conflitto medesimo e derivato dalla teoria inglese delle relazioni oggettuali, da Sullivan e dalla psicologia del Sé. Dopo aver presentato dei casi clinici propri, nell'ultima delle cinque parti di cui si compone il testo, Mitchell passa infine a trattare le implicazioni tecniche del modello «relazione-conflitto» da lui proposto. (A.M.)