You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Per qualsiasi operatore del campo della salute mentale, la patologia borderline costituisce un amaro ingrediente, talvolta indigesto, della dieta lavorativa quotidiana. Da quando questa diagnosi spesso ipercomprensiva ha preso piede, prima negli Stati Uniti quindi anche da noi, essa è diventata una sorta di concetto passe-partout, buono per tutte le stagioni, il cui uso permette al diagnosta di essere sicuro di non sbagliare più di tanto. Attorno alla patologia borderline, che sembra essere rimasta una delle poche aree all'interno delle quali psichiatria e psicoanalisi riescono ancora a dialogare, è fiorita nel corso del tempo una vastissima letteratura che se da un lato rischia di disorientare il lettore a causa della molteplicità di prospettive dalle quali ci si può porre per considerare il campo, dall'altro è spesso in grado di fornire allo studioso alcuni utili appigli a cui attaccarsi per evitare di essere troppo sballottato dal «difficile» paziente borderline. In queste pagine desidero dunque presentare al lettore alcuni recenti contributi della letteratura nordamericana su questo argomento.
Dire «borderline» significa dire Kernberg. Otto F. Kernberg, infatti, è l'autore che ha fatto della patologia borderline il centro del suo interesse di studio. I suoi contributi sull'argomento sono così numerosi e così noti (si veda, ad es.,