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Chi ama la montagna sa bene come spesso la lunga e faticosa salita per uno scosceso sentiero alpino porti in premio la possibilità di godere la vista di un delizioso panorama di vette, fiumi e vallate: lo stesso premio, questa volta sotto forma di comprensione, attende il lettore che riesce a compiere quel complesso e quasi mai facile cammino che è il pensiero di Lawrence Friedman. Il libro qui in esame è la summa di trent'anni di impegno nel campo della teoria psicoanalitica di questo analista di New York, membro onorario della American Psychoanalytic Association, della quale è stato invitato a far parte proprio in virtù dei suoi grandi meriti di pensatore. Si tratta di un lavoro ponderoso sia per la mole che per la qualità dei ragionamenti che vi vengono svolti: non capita sovente di imbattersi in una lettura che, al pari di questa, si riveli così remunerativa nei confronti di chi la compie. Tanto numerosi sono i temi trattati in questo testo e tanto varie le mete dell'interesse dell'autore che il compito del recensore non può che essere quello di provare a delinearne alcuni sommi capi.
Il libro è diviso in sei parti, fondamentalmente indipendenti l'una dall'altra. L'originale argomento della prima («Teoria e pratica: il problema della psicoterapia») è il disagio del terapeuta, cioè il disagio che il terapeuta sperimenta quando si ritrova a svolgere la sua attività. Con una stringente logica di ragionamento, Friedman conduce il lettore, che vorrebbe resistergli, a confrontarsi con l'incontrovertibilità della sua intuizione, e gli mostra come tutta la storia della teoria psicoanalitica, da Freud in avanti, possa essere letta come un gigantesco tentativo di coprire l'aspetto del disagio del terapeuta. La teoria costituisce sempre una