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A qualche anno di distanza da La tormentata storia del rapporto medico-paziente (cfr. recensione su Psicoter. Sc. Um., 3/87), Shorter, professore di storia della medicina a Toronto, propone questa volta una storia delle cosiddette malattie psicosomatiche da interpretare con una doppia chiave: come cultura, struttura familiare, rapporti sociali e mode influenzano la diagnosi delle affezioni di origine psicogena e come queste diagnosi a loro volta influenzano la produzione di sintomi da parte del paziente. Nelle varie epoche storiche il modello delle malattie psicosomatiche cambia infatti in relazione al mutare del «repertorio di sintomi», ritenuti più o meno legittimi dalle teorie mediche dominanti e dalle concezioni riguardanti il corpo. La «mente inconscia» del singolo deve perciò cercare una mediazione socialmente accettabile tra problemi individuali e cultura circostante. Dalla fine del '700 — da quando cioè il medico ha assunto la funzione di un vero e proprio agente di cultura — i disturbi psicogeni sono stati interpretati via via alla luce delle teorie dei riflessi e del sistema motorio (come nel caso dell'isteria, risvolto soggettivo del rigoroso controllo sociale), della teoria del sistema nervoso centrale (neurastenia, esaurimento) sino alla comparsa del paradigma psicologico e della