You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
L'etnopsichiatria costituisce attualmente una disciplina avviata ad una progressiva e coerente formalizzazione dei propri principi teorici, metodologici e tecnici. Tale formalizzazione si impone come urgenza ineludibile, peraltro imposta dalla presenza e dal radicamento, all'interno dell'ecologia umana del mondo occidentale, di popolazioni che possiedono diverse ed eterogenee identità culturali. L'etnopsichiatria, quindi, trova oggi le condizioni storiche e sociali per emanciparsi da una posizione esotica e marginale, potendosi così costituire come strumento scientifico adeguato ad affrontare i molteplici problemi derivanti dai processi di acculturazione. Il lavoro clinico dell'etnopsichiatria è essenzialmente psicoterapeutico, ed è fondato sull'integrazione operativa degli elementi psicodinamici e culturali manifestati dai pazienti appartenenti a culture allogene. Il ruolo della cultura nella determinazione del fenomeno morboso è centrale poiché essa fornisce un modello sintomatologico (disturbo etnico), una classificazione nosografica (assegnazione di un nome), una teoria etiologica (mito condiviso), una tecnica terapeutica specifica e codificata (rito e sacrificio). Tobie Nathan è da lungo tempo impegnato a trasformare la dimensione osservativa dell'antropologia culturale nella prassi interattiva di una peculiare psicoanalisi clinica. Di questa egli si incarica di delineare le formulazioni teoriche, i dispositivi tecnici che informano l'osservazione e l'intervento, le strategie terapeutiche, le metodologie di valutazione delle terapie stesse. La filiazione culturale di Nathan deriva dall'incrocio di una doppia linea di ascendenti: antropologici (Lévi-Strauss, Ròheim, soprattutto Devereux) e psicoanalitici (Freud, Winnicott, Anzieu, soprattutto Ferenczi). L'utilizzo sistematico dei dati antropologici e psicodinamici