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L'argomento della conclusione della terapia analitica continua a stimolare gli analisti ad un'ampia produzione scritta nel merito specifico, anche se Weddington e Canevar riscontrano «una scarsità di scritti sulla conclusione, [che] riflette la difficoltà dei terapeuti a dominare i propri sentimenti di controtransfert» [cit. da Kupers, p. 86]. I due libri trattati in questa recensione partono da visuali completamente diverse della tematica. La loro lettura porta, comunque, a considerazioni convergenti.
Terry A. Kupers (cfr. scheda in Psicoter. Sc. Um., n. 4/92, p. 153) si occupa dell'argomento della conclusione in maniera piuttosto eclettica. Egli non è interessato a difendere una propria posizione tecnico-teorica, ma a fare un discorso meta-teorico, storico e sociale. Nel suo libro riferisce il punto di vista di Freud dal 1895 al 1937 ed anche buona parte dei lavori scritti dopo Freud sulla fine dell'analisi. L'autore non si pone il problema della ricerca di criteri, interni o esterni che siano, per decidere sulla conclusione. Egli dichiara di volersi occupare solo di psicoterapie e non di psicoanalisi, dando per scontata una sostanziale differenza fra queste due pratiche; la decisione sulla conclusione di una psicoterapia sembrerebbe legata al miglioramento sintomatologico, quindi ad un criterio clinico, esterno rispetto al processo stesso. Il discorso meta-teorico di Kupers porta, infine, ad una situazione di indecidibilità anche rispetto a questo criterio apparentemente tanto semplice e condivisibile. Il «modello» meta-teorico con il quale Kupers cerca di descrivere il rapporto fra pratica e teoria è il seguente: «1) i clinici, spesso perché stanno esaminando nuovi clienti, o clienti che tornano per nuovi motivi, vengono a conoscenza di una nuova serie di disturbi o di sintomi; 2) il nuovo elenco di sintomi viene messo in relazione con diagnosi nuove o riviste; 3) si elabora una nuova teoria per spiegare l'eziologia e per condurre il trattamento; 4) si progettan