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Quando ho visto sul mio tavolo il libro di Giambattista Muraro, dal bel titolo Sorpresa ed enigma, ho cominciato a sfogliarlo rapidamente, con la stessa curiosità, mi sembra, mista di perplessità e nostalgia, con cui si tornano a guardare vecchie, vecchissime foto di gruppo scattate tra amici. Assieme a Muraro e a Gualandri, alla Montefoschi e alla Selvini, a Rusconi e Codignola, ho infatti vissuto l'inimitabile stagione degli anni sessanta costruita da Pier Francesco Galli intorno a Psicoterapia e Scienze Umane. E, a momenti, la lettura del libro mi ha dato l'impressione che quel tempo fosse ancora presente, che quasi trent'anni non fossero assolutamente passati. Ma proverò a dire ciò che nel libro ho trovato tenendo a bada il più possibile i pregiudizi del ricordo. I temi che Muraro vi affronta, e i problemi che tenta di risolvere, appaiono subito cruciali fin dalle prime pagine. Che cos'è un'analisi? Qual è il fondamento dell'analisi? Che cosa è analitico e che cosa non analitico in un' analisi? Chi pone limiti alla soddisfazione delle richieste del paziente? Come si danno, o si tolgono, rassicurazioni? l'analisi ha una fine oppure è intrinsecamente interminabile? Si dà, oppure no, la guarigione alla fine dell'analisi? Ci sono dei criteri di verifica dei risultati analitici? Le risposte che Muraro tenta di dare a questi problemi, pure argomentate in chiave sempre personale, rientrano in fondo nel dibattito classico che va svolgendosi ormai da decenni intorno all'analisi, con, bisogna pur riconoscerlo, segni di stanchezza e ripetitività via via crescenti. Se solo di questo nel libro si trattasse, non varrebbe quindi la pena, mi pare, di soffermarcisi più che tanto. Ma nel libro si tratta anche, anzi, soprattutto, delle due parole chiave del titolo, la sorpresa e l'enigma. Ed è a proposito della sorpresa e dell'enigma in analisi che Giambattista Muraro ha trovato le parole adatte per restituire al lettore un'immagine originale e felice della pratica analitica.