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Forse qualcosa di sbagliato in questo libro c'è ed è il titolo, che potrebbe indurre un occhio distratto ad oltrepassarlo sul banco della libreria senza troppi complimenti, magari ritenendolo un noioso manuale sul Tat. Niente di tutto questo. Il libro prende in esame, com'è ovvio, la ricerca pertinente al test, ma seguendo le vicende dello strumento proiettivo e delle sue interpretazioni - da Murray, ai teorici della psicologia dell'Io, a Shentoub - si ripercorrono di fatto anche molte tappe del pensiero psicoanalitico, fornendo in tal modo una rete di orientamento interessante non solo per gli psicologi proiettivi. Viene qui offerta l'opportunità per riflettere sulla necessità della diagnosi e su cosa essa debba basarsi, da troppi ripudiata come classificazione statica, irrigidimento schematico a cui poi contrapporre, poiché ci si deve pur orientare nel lavoro clinico, una serie di sconclusionate speculazioni sul «profondo», tentando di ricostruire improbabili scenari genetici. È la preoccupazione di Rapaport, che di test proiettivi si è occupato a lungo e a fondo, e degli altri teorici della psicologia dell'Io, secondo i quali parte centrale della diagnosi dev'essere la struttura e base d'indagine le difese. Il campo di osservazione comprende l'organizzazione del pensiero, le funzioni integrative, le capacità, l'adattamento all'ambiente. Così nel discorso Tat i contenuti perdono l'importanza che potevano avere in Murray nel suo originario e semplificato riferimento alla teoria topica - o in Bellak, pure con l'arricchimento di temi che egli porta - e prendono rilievo la forma, il tipo e le modalità di organizzazione della storia. In essa si esprime il processo secondario, si misurano le capacità dell'Io di giostrare le forze in campo, quindi la sua capacità adattiva e di neutralizzazione. Nel compito si esprime l'organizzazione del pensiero, il modo di controllare gli impulsi o di esserne invasi. Se per Rapaport, Gill, Schafer e Holt è soprattutto il pensare che em