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Non si tratta solo di una traduzione. Viene proposta un'opera, per quanto breve, composita, che affianca, ma come vedremo non integra, ai capitoli originari del libro interventi mirati della curatrice dell'edizione italiana, Susanna Brambilla. Il testo degli autori inglesi, asciutto e tecnico, talvolta semplicistico ma tendenzialmente avveduto, ha il merito di affrontare temi interconnessi che attraversano l'intero campo dell'azione psichiatrica: il lavoro d'équipe, l'importanza di una metodologia orientata a scopi e verificabile; la necessità di contestualizzare rispetto a variabili «locali» e soggettive i fattori e valori in gioco nel processo terapeutico; la relativizzazione e continua revisione dei protocolli di analisi del caso e di valutazione dell'intervento; l'attenzione ai dettagli e alla personalizzazione dei progetti. Direi che tutti questi temi, e più di altri quelli, spesso emergenti, inerenti la deistituzionalizzazione nel senso più lato, e quindi il decentramento dell'intervento, costituito a partire dalla situazione di vita della persona, e dalla sua rete sociale, di significati e di affetti, sono ormai non solo noti, ma cari anche come memoria di riferimento alla psichiatria italiana, protagonista di una pratica che, almeno là dove la non più recente riforma psichiatrica del 1978 è stata applicata, si è spinta su fronti ben più avanzati di realizzazione e spesso anche di concettualizzazione. È apprezzabile invece l'accenno agli aspetti transculturali della riabilitazione, ancora trascurati nel nostro Paese nonostante l'urgenza di una realtà di immigrazione interna ed esterna diffusa in tutte le regioni. Ciò, forse, non riscatta però lo scontato capitolo sulle famiglie dei pazienti e i loro bisogni, per restare a notazioni puntiformi.
Passando, invece, a considerazioni più generali sul testo, e a un discorso che ci ricollega agli inserti della curatrice dell'edizione italiana, osserviamo che esso appare connotato dalla cultura diagnosticista (DSM, ICD