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Il nuovo libro di Donald P. Spence, uno dei massimi esponenti della cosiddetta corrente ermeneutica della psicoanalisi, cerca di rispondere alla domanda: cosa impedisce alla psicoanalisi di essere una scienza moderna al pari di altre? La risposta, secondo l'autore, è da ricercare nel modo stesso in cui i suoi dati sono raccolti e resi pubblici, un aspetto che è ben più fondamentale del contenuto della teoria o della sua articolazione interna. Se questo modo non funziona, allora la scienza stessa non funziona, indipendentemente da quanto plausibili possano essere le spiegazioni e le teorie che costruisce. Se manca di un data base, di un archivio pubblico di dati solidi a cui ancorarsi, la teoria sarà libera di fluttuare seguendo qualsiasi immaginazione senza timore di essere smentita. Da un caso singolo si costituirà un'intera teoria della mente; concezioni contraddittorie e antitetiche potranno essere contemporaneamente presenti; caratteristiche idiosincrasiche dei singoli autori assumeranno un'importanza fondamentale nelle formulazioni teoriche; le descrizioni ipotetiche e metaforiche perderanno il loro valore euristico e saranno troppo prematuramente congelate in dogmi. D'altra parte, se si cominciasse a formare un archivio pubblico dei dati della clinica, costituito da registrazioni verbatim di sedute con accanto le interpretazioni degli analisti, allora sarebbe possibile portare lentamente la psicoanalisi nel seno delle scienze induttive del nostro tempo; la comunità degli studiosi avrebbe a disposizione dei dati oggettivi su cui basare le proprie ricerche; l'uso dell'informatica favorirebbe la scoperta di correlazioni non evidenti nella produzione del paziente e nella sua interazione con l'analista; termini metaforici inizialmente