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Narra un poema nepalese che l'eterna lotta fra re e sciamani ebbe fine solo quando fu stabilito un accordo sui limiti del reciproco dominio: ai primi sarebbe toccato il regno del giorno, ai secondi quello della notte, e i rituali che gli sciamani praticano tutt'oggi sembrano ripetere di fatto questa lontana divisione, prediligendo essi in modo quasi assoluto il tempo che va dal tramonto all'alba. Di questo regno dell'oscurità, dei suoi dèi e dei suoi dèmoni, Mastromattei disegna, insieme ai suoi collaboratori, logiche e protagonisti, senza dimenticare il ruolo che il contesto sociale e politico ha esercitato e continua ad esercitare sul senso e sul futuro di pratiche guardate con sospetto quando non apertamente represse. Nella sua ricerca pluriennale, e come già in La terra reale (del ), Mastromattei, fra i pochissimi esperti italiani di sciamanismo, si è interessato soprattutto all'analisi della condizione estatica, delle sue forme e dei suoi significati, ai segreti di questa «tecnica del corpo» il cui apprendistato si rivela sempre difficile e doloroso e il cui senso non si lascia affatto circoscrivere entro il solo orizzonte delle pratiche terapeutiche («Il fine del culto sciamanico sembra essere il culto stesso», p. 21), pur costituendone questo, insieme ad altri, un aspetto non trascurabile. Lo testimoniano ad esempio ricerche quali quella di Desjarlais (Body and Emotion: The Aesthetics of Illness and Healing in the Nepal Himalayas, ), che fra gli Yolmo del nord del Nepal, popolazione dove forti si registrano le influenze della cultura tibetana, ha esplorato l'intreccio fra rituali di possessione, terapie praticate dagli sciamani (bombo), struttura sociale e cosmogonia, mostrando tra l'altro come in questo caso il sistema di cura è meno orientato in direzione delle divinità o degli spiriti che non verso le esperienze di sofferenza dei pazienti. Attraverso il resoconto dei protagonisti (fra i quali spicca quello di una donna-sciamano), il lettore apprende quanto