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Secondo quanto recita il sottotitolo italiano questo libro vuole essere una storia del rifiuto del cibo o, come preferiscono gli Autori, una «cronaca dell'inedia autoindotta». Il loro intento infatti non è quello di ricostruire il passato dell'anoressia nervosa, in quanto questa sarebbe una sindrome sorta a partire dalls''800, con connotati squisitamente moderni, oggi al crocevia tra moda e malattia. La tesi degli autori, psichiatra il primo psicologo il secondo, è che l'anoressia nervosa o mentale, al pari di altri disturbi psichiatrici, costituisca una sindrome culturale tipicamente occidentale, ad andamento quasi epidemico. Essa avrebbe trovato un ottimo brodo di coltura nella mentalità vittoriana (cap. 10) e dalla fine del secolo scorso è stata assoggettata a una medicalizzazione crescente (capp. 8 e 9). «Tale interpretazione riposa sull'associazione: bellezza femminile — culto del corpo — autocontrollo» (p. 285). Va da sé che gli autori si discostano da altri noti studiosi dei fenomeni di digiuno, come ad esempio Bell , per il quale l'anoressia mentale coinciderebbe con le pratiche di astinenza assoluta dal cibo delle mistiche medievali, tra cui Caterina da Siena e Giovanna d'Arco. Vandereycken e van Deth sostengono che cause, significato e funzione dell'inedia autoindotta devono essere spiegati contestualmente alla realtà socio-culturale in cui si manifestano e non sulla base di disinvolte identificazioni tra comportamenti simili in superficie. Sono qui in gioco delicate questioni di storiografia che riguardano, per dirne una, l'uso di ipotesi «moderne» nell'indagine di fenomeni «antichi». A questa trappola metodologica gli storici «psi» spesso non solo non intendono sottrarsi, ma assumono come obiettivo delle loro indagini proprio l'interpretazione del passato in chiave attuale, la sola in grado, secondo alcuni, di spiegare, indulgendo ad una terminologia patologica, fatti e comportamenti oscuri altrimenti incomprensibili. I nostri due Autori sfuggono invece