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Bisogna riconoscere alla Metis e a quanti hanno reso possibile l'edizione di questo libro (Alessandrini, Ferro, Moschetta, Salerno, per la scelta dei testi e i sobri commenti critici; Giuliana Morandini, per la felice ispirazione grafica) di avere finalmente riportato alla luce una porzione significativa dell'opera psicoanalitica di Marco Levi Bianchini , dimenticato fondatore della prima Società psicoanalitica italiana . Ci troviamo di fronte ad un'operazione editoriale - a cui peraltro la Metis non è nuova, considerato l'alto profilo delle sue proposte - che si è immersa nello spessore insondabile dell'oblio storico per riportare alla luce le articolazioni di una voce altrimenti inudibile. Levi Bianchini è stato a lungo trascurato sul piano culturale, scientifico e storiografico non essendogli stato riconosciuto il suo posto legittimo all'interno della storia del movimento psicoanalitico italiano. Questo libro rappresenta l'occasione per leggere un peculiare «romanzo familiare» in cui i primi figli della psicoanalisi italiana (Musatti, Perrotti, Servadio) decidono di riconoscere in Edoardo Weiss il loro comune e legittimo genitore, negando il decisivo ruolo generativo di Marco Levi Bianchini. Questo riconoscimento ha surrettiziamente permesso agli stessi figli di elevarsi al rango di padri fondatori della psicoanalisi italiana (uso politico del mito delle origini); operazione autorizzata anche dalla cesura epocale della seconda guerra mondiale. Bisogna ricordare che durante questo periodo Levi Bianchini (di famiglia ebrea) scelse di rimanere in Italia (a Nocera), anche se rimosso