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«A Est di Bandiagara… la pista si protende serpeggiante verso la falesia, lambendo… i suoi villaggi inchiodati nelle rocce e nel silenzio. Dal basso della falesia si possono vedere gli altari imbiancati dalla crema di miglio versata nel corso delle cerimonie… Donne e uomini percorrono… un'invisibile ragnatela di sentieri, si recano ai mercati che un tempo scandivano la settimana dogon fatta di cinque giorni… Acquistano il sale che i Tuareg ancora portano… da Goa o Timbuctu… I cortili… vengono animati… dalla voce degli uomini che parlano di lavoro o di altri problemi comuni: organizzare la festa per i funerali del capo-villaggio di Soninkè, morto l'anno prima; oppure preparare i campi per la semina… Tra questi suoni e questi ritmi, come vengono vissute la morte e la perdita dei cari, la separazione e gli scacchi dell'esistenza?».
Queste parole di Roberto Beneduce sono l'incipit del libro che raccoglie, in prima traduzione italiana, scritti in materia di lutto e depressione di studiosi tra i più autorevoli del settore etnopsichiatrico, ed è curato dallo stesso Beneduce e da Renè Collignon. Con l'obiettivo di una indispensabile contestualizzazione per un approccio corretto a queste tematiche, veniamo così immediatamente introdotti, da ora e per il resto del libro, attraverso lo sguardo di studiosi che non indossano il casco coloniale e si sottraggono con metodo al realismo ingenuo e all'etnocentrismo, nella dimensione conoscitiva che parte dai fatti osservabili per giungere, in un crescendo di significazione, alla concettualizzazione dei tratti caratteristici di una cultura. Come infatti qui sostiene Gilles Bibeau, nelle Premesse per un'epidemiologia antropologica della depressione, la cultura, intesa come sistema simbolico comune a un gruppo umano, non è direttamente osservabile, ma si deve inferire dal linguaggio, i comportamenti, il sistema cognitivo (ovvero