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L'autore esamina l'idea di Freud, secondo cui l'inconscio non conosce tempo, mettendola in tensione con il nocciolo della riflessione filosofica novecentesca sul tempo (in riferimento soprattutto a Heidegger, all'ermeneutica, e al decostruzionismo di Derrida). Egli nota che, di fatto, il pensiero moderno ha promosso la centralità della dimensione temporale, e questo non ha mancato di modificare, in modo sottile ma radicale, lo stesso pensiero psicoanalitico. La sua conclusione è che partendo da una visione ortodossa in cui il tempo è escluso dall'inconscio, siamo giunti ad una visione in cui invece l'inconscio appare fatto quasi interamente di scarti e tessuti temporali. In particolare, si interroga sull'essenza della scoperta freudiana, che ha rivelato principalmente la natura interpretante dell'uomo. Il primato della dimensione interpretante è connesso elettivamente alla temporalità. Inoltre, l'autore avanza l'idea che la prospettiva post-freudiana della temporalità non vada nel senso della fusione fenomenologica degli orizzonti, ma nel senso del riconoscimento nietzscheano di una moltitudine incommensurabile di orizzonti e di temporalità.