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I manicomi hanno accolto, e accolgono tuttora, un numero consistente di oligofrenici. Nei reparti la loro presenza non passa inosservata: sono soggetti portatori di gravi handicap psicofisici, bisognosi di grande assistenza, ospiti poco graditi di strutture per nulla capaci di modulare varie forme di operativitá; o, all'opposto, individui con un lieve ritardo mentale, ben «addestrati», collaboratori fidati del personale infermieristico. Non è facile immaginare queste persone come oggetto di un saggio di storia della psichiatria. Eppure il bel libro di Valeria Paola Babini ci offre una documentata riflessione sulla psicologia e psichiatria italiana degli ultimi decenni del XIX secolo, prendendo le mosse proprio dall'evoluzione dottrinaria e dagli eventi istituzionali che hanno avuto al centro i frenastenici. Viene a questo modo delineato un complesso processo scientifico e istituzionale che, muovendo da una iniziale esclusione della frenastenia dalle competenze alienistiche, finisce per delineare una vera e propria parabola annessionista da parte di una psichiatria nazionale in fase di significativo consolidamento. Vediamo in che modo.
In un saggio del 1877 dal titolo «Frenastenici e Imbecilli», Andrea Verga sosteneva che la frenastenia non doveva essere considerata una malattia, bensì una debolezza complessiva delle funzioni cerebrali. Era infatti priva di alcune caratteristiche quali la processualitá e la successione in fasi che la discostavano chiaramente da un irrinunciabile modello patologico; di conseguenza, non essendo una malattia, non poteva neanche essere curata e non poteva trarre alcun vantaggio da un trattamento fisico o morale in manicomio. Tutt'al più, secondo il