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Sabato 7 giugno 1997 ho preso parte, a Genova, a un dibattito sulla questione «Psicoanalisi/psicoterapia», al quale doveva essere presente anche Michele Ranchetti. Impegni di studio lo hanno trattenuto in Germania. Ha inviato però il testo introduttivo che aveva preparato e che gli ho chiesto di pubblicare come Editoriale in questo numero della rivista, data la stretta connessione con una delle aree tematiche da me indicate nell'Editoriale comparso sul n. 1, 1997, e la lunga e storica collaborazione di Ranchetti col nostro gruppo. (P.F.G.)
Da qualche tempo, la parola «psicoanalisi» evoca uno spettro, qualcosa di sinistro, ha acquisito un senso peggiorativo che è quasi indipendente da ogni e qualsiasi definizione. Le ragioni di un processo di degenerazione della fortuna della psicoanalisi, qualunque cosa si possa o voglia intendere per essa, sono diverse e per solito sono proprio queste ragioni di cui si parla e si discute prima, quasi senza poi dover passare alla psicoanalisi stessa come argomento.
Le più frequenti tra le ragioni addotte si possono ricondurre allo scarso «successo» terapeutico, come se una delle sue componenti originarie (nella forbice tradizionale tra cura e conoscenza o ricerca), appunto la cura, si fosse rivelata pressoché inesistente, prima ancora che inefficace; altre, alla scarsa scientificità della psicoanalisi come disciplina nei confronti, ad esempio, della fisica; altre ancora, al mutato clima culturale, che non consente la