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Francesco Remotti è professore di antropologia culturale all'Università di Torino. Le sue ricerche sul campo si sono svolte presso la società dei Banande, una popolazione dello Zaire al cui studio etnologico ha dedicato tre volumi monografici. Tra le sue numerose pubblicazioni vale la pena di citarne una del 1990 il cui titolo, Noi, primitivi: lo specchio dell'antropologia (Torino: Bollati Boringhieri, ), introduce il punto di vista da cui egli affronta il tema dell'identità, l'argomento del volume qui recensito. Nel volume del '90 Remotti parte dall'affermazione di Kluckhohn (trad, it., Lo specchio dell'uomo, Milano: Garzanti, 1979. Ed. orig. ) secondo cui l'antropologia è un «giro più lungo» che si rivela essere «la via più breve per tornare a casa». In questo apparente paradosso sta per Remotti un aspetto programmatico della sua disciplina: l'antropologia non è soltanto un viaggio verso l'alterità, ma è anche, sempre, un ritorno a noi così che lo studio degli altri non può non farci interrogare su noi stessi. In questo dialogo mai concluso si rischiarano alcune «opacità» del noi che, prevedibilmente, aprono altre domande sugli altri. In Contro l'identità il «giro più lungo» ci porta a interrogarci sull'identità, avendo l'altro come interlocutore sempre presente, spesso inquietante, anche quando tace o non vogliamo ascoltarlo. Questa prospettiva è tutto sommato ovvia, dal momento che nella coppia identità/alterità i due termini si definiscono l'uno rispetto all'altro. Essa deve, tuttavia, essere spesso riaffermata, perché alcune necessità dell'identità ci portano altrettanto spesso a rimuoverla. È fin troppo facile, in campo sociale, citare i nazionalismi della ex Jugoslavia o le lotte «etniche» tra Batutsi e Bahutu. Anche nel nostro campo, però, la prospettiva di un'identità che, se non si scioglie, certo si indebolisce di fronte all'alterità, viene facilmente persa a favore del recupero della «vera» identità individuale, al superamento della sindrome da diffusio