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Ne Le menzogne della notte, Gesualdo Bufalino narra come in un'isola penitenziaria, probabilmente mediterranea e borbonica, un gruppo di rivoluzionari condannati a morte trascorre l'ultima notte fra equivoche confessioni ed angosce d'identità: in questa fantasia storica, come lo stesso autore definisce il genere del suo racconto, ogni personaggio si presenta agli altri e, raccontando e poi
ascoltando le altrui narrazioni, riempie l'attesa dell'angoscioso evento, quel «silenzio dell'universo» che terrorizza: in questo modo, con gli inevitabili inganni, sospetti e sotterfugi che le parole consentono, si stempera l'atmosfera drammatica in una sorta di sogno della notte. Leggendo questo nuovo libro di Nino Ferro mi è ritornato alla mente il testo del suo conterraneo Bufalino, che ha una dedica significativa: «A noi due». Sinteticamente essa ben rappresenta l'incontro analitico, in questa stanza isolata, in cui due persone si affrontano in una condizione emotiva estrema, dentro e fuori la propria individualità: Ferro, utilizzando sempre lo strumento psicoanalitico, non in modo tecnicistico o dottrinario ma adeguato alla situazione clinica e relazionale, si cimenta con pazienti gravi, sperimentando vertici elevati di tensioni «fisiche» che possono però trasformarsi prima in immagini e poi in parole. Attraverso questo percorso le emozioni più radicali ed indicibili, quali paura, odio, noia, sono neutralizzate nella loro distruttività, diventando una potenziale fonte di relazione: è l'amore per la verità emotiva che costituisce il punto di partenza per superare, ma anche rispettare, quelle bugie che ci proteggono dall'ignoto e dall'angoscia del vuoto. Diventando così l'analisi un incontro a due, in una situazione quasi sperimentale, i criteri di analizzabilità non riguardano più solo il paziente, non sono unicamente criteri oggettivi, ma coinvolgono la soggettività dello stesso analista, ossia la sua disponibilità a cimentarsi in un'avventura eccezionale, avventura condiv