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Con il termine di comunità terapeutica, coniato da Thomas Main nel 1946, ci si riferisce ormai a un insieme di esperienze di lavoro in aree che vanno dalla psichiatria alla tossicodipendenza, in cui si incontrano metodi che si ispirano a principi e criteri molto vari e anche molto lontani fra loro. Questo libro si occupa solo di una parte di queste esperienze, cioè di quelle che si rifanno alla tradizione delle comunità terapeutiche sorte dopo la fine della Seconda guerra mondiale in Inghilterra e Scozia, rispecchiandone gli sviluppi e soffermandosi sulle riflessioni che hanno suscitato. Gli articoli che lo compongono sono stati tratti, a cura di Metello Corulli, da una rivista fondata da Hinshelwood nel 1980, l'«International Journal of Therapeutic Communities» e sono opera di autori inglesi, con qualche contributo olandese, tedesco, finlandese, israeliano e con l'aggiunta di due scritti originali di Hinshelwood e Corulli, ai quali pure si devono le pagine introduttive.
A differenza dalla Psychothérapie Institutionelle francese il movimento comunitario inglese non ha avuto fin dall'inizio un'impronta psicoanalitica ma socioterapica. Dalle prime esperienze volte a trattare situazioni di disagio psichico e sociale tipiche del dopoguerra, cui presero parte per breve tempo anche figure destinate in seguito ad ampia notorietà come Foulkes e Bion, si passò presto ad applicazioni in campo psichiatrico, quando ancora le strutture ospedaliere erano l'unico strumento utilizzato e prima, o agli inizi, dell'avvento degli psicofarmaci. Rendere terapeutico il lavoro in un'istituzione, rendendo terapeutica l'istituzione stessa, appariva un obiettivo ambizioso e radicalmente trasformativo rispetto alla prassi custodialistica prevalente. Si ebbe un moltiplicarsi di iniziative comunitarie, di varie dimensioni e durata, in seno al più ampio movimento di trasformazione delle strutture e delle tecniche di intervento psichiatrico che ha portato ovunque ad un drastico ridimensionamento de