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Alla definizione convenzionale di «sindromi culturalmente caratterizzate» (Cultur-Bound Syndromes) gli autori preferiscono utilizzare quella di «sindromi culturalmente ordinate», per sottolineare due aspetti trascurati anche dai più recenti sistemi di classificazione (CBS.DSM IV): 1) l'esistenza, all'interno di ogni cultura, «di un sistema nosologico coerente e coeso (ordinato), creato, tramandato e modificato in rapporto ai processi dinamici di conservazione e trasformazione storico-sociale»; 2) il fatto che ciascuna cultura «prescrive (ordina) modalità specifiche di malattia rispetto alle quali conosce e offre modalità altrettanto selettive di terapia e trasformazione». Tali fattori concorrono alla formazione dell'identità etnica, per cui non si può «comprendere la logica e la coerenza di una nosologia locale senza conoscere i valori e lo statuto assegnato da quella cultura alla persona, al corpo, alle emozioni e alla dimensione dell'invisibile non umano (spiriti, antenati, divinità, forze della natura)». Questa la proposta metodologica degli autori, contenuta in un breve saggio introduttivo dove si discutono alcuni dei luoghi comuni e delle aporie in cui sono incorse la psicopatologia e la psichiatria occidentali quando, a partire da Kraepelin, hanno cercato di cimentarsi con le sindromi patologiche delle culture «altre». Per un primo orientamento fuori dagli etichettamenti con cui si è soliti avvicinarsi a fenomeni che la nostra cultura classifica inequivocabilmente come «morbosi», gli autori hanno approntato una sorta di dizionario che raccoglie le definizioni di alcuni costrutti nosologici culturalmente specifici, allo scopo di gettare le basi di una futura e più organica trattatistica