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Dieci anni fa, con il titolo «Efficienza, efficacia, produttività: quale futuro per la psicoterapia», ero intervenuto sulla relazione del collega statunitense Gunderson, densa di analisi sui risultati dei trattamenti psicoterapeutici dei pazienti psicotici. Avevo disegnato uno scenario a mio avviso prevedibile per l'assetto futuro della questione che allora si poneva, e il Prof. Rinaldi che presiedeva la sessione volle simpaticamente indicarmi come «futurologo».
Come dissi già dieci anni fa, confermo ancora oggi che su molte cose non mi fa piacere avere ragione, e il problema della psicoterapia è una di quelle. L'organizzazione della sofferenza mentale, all'interno della quale si colloca la psicoterapia, sta subendo una deriva scientistica come valore di efficienza, difficile da misurare nelle sue conseguenze. L'accelerazione di alcuni processi supera le previsioni che feci a suo tempo e la situazione italiana, della quale mi occuperò oggi, presenta caratteristiche particolari, connaturate alla storia specifica della nostra psichiatria, che ritengo opportuno riassumere nel breve spazio di questa relazione.
Innanzi tutto, le ragioni del titolo che ho scelto, L'epidemia della normalità: dagherrotipo del nuovo che avanza. Tesi come educazione degli affetti, pillola della felicità, e simili, che dominano oggi nell'accoppiata tra i media e il successo d'immagine di qualche testimone di lusso, ci propongono la dimensione esistenziale sconvolgente del normotipo del