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L'autore si serve dell'opera di Kafka come guida a un esame del senso di colpa. La concezione freudiana secondo cui la colpa provoca il castigo può valere solo in ambiti ristretti; nel mondo di Kafka, invece, il castigo costituisce la colpa come tale. L'atteggiamento indifferente del Castello, che trasforma l'impotenza di fronte a una situazione traumatica in senso di colpa, viene paragonato alla rigida e quindi falsata interpretazione della «neutralità analitica» suggerita da Freud.