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Scrivere oggi «sul manicomio» non è impresa agevole. Al di là delle intenzioni dell'autore - in un momento cosi segnato dall'attualità delle questioni in gioco - si è troppo esposti alle attese (implicite) e financo agli umori (forti) del lettore. Scrivere «sul manicomio», continua a suscitare emozioni e tensioni, poiché da quel nodo e da come si è cercato di affrontarlo, sono partiti percorsi operativi molteplici, attraverso i quali si sono prodotti spesso, in questi anni, cambiamenti culturali profondi (nel modo di intendere e avvicinare la grave sofferenza mentale), nelle diverse modalità con cui ogni protagonista di tali processi se ne è reso agente e interprete.
L'anno che stiamo attraversando, d'altra parte, non può sfuggire al richiamo delle ricorrenze: vent' anni dalla 180, trent' anni da «L'Istituzione negata» sull'esperienza goriziana di Basaglia e da tante altre cose, in quella stagione piuttosto intensa e «complicata». Le ricorrenze, poi, non sono operazioni meramente rituali, ma occasioni per un bilancio, per porre nuovi interrogativi su una vicenda non solo «antica», i cui sviluppi continuano ad «appassionare» operatori, utenti, familiari, e a coinvolgere in vario modo forze culturali - sociali-politiche-istituzionali.
Scrivere «sul manicomio» può sembrare un'operazione controcorrente, specie quando - anche in relazione a recenti dispositivi legislativi - si sono create finalmente le condizioni per la chiusura definitiva degli Ospedali Psichiatrici. Perché scriverne, allora? Cosa spinge Schinaia, nell'ultimo periodo Dirigente Responsabile di quell'Istituzione, direttamente impegnato nel processo per il suo superamento, a scrivere su Cogoleto? La conoscenza personale dell'autore e una