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Chi si accinge a leggere «Un dì si venne a me malinconia…«, titolo tratto e non certo per puro preziosismo stilistico dalla Vita nova dantesca, deve essere consapevole che è assai lungo il viaggio al quale ci invita Antonella Mancini per ritrovare tutta la profondità di senso della parola «malinconia». Una parola che - subito avverte l'incipit di questo libro straordinario e bellissimo - «ha quasi compiuto duemilacinquecento anni» e tuttavia sembra sottrarsi ancora ad ogni schematismo definitorio quasi che si fosse «scoraggiati dall'ambiguità sfuggente di questa vetusta e inquietante parola» (p. 9). C'è anzi da chiedersi se la «malinconia» non stia compiendo oggi il tratto terminale della sua parabola storica, iniziata nel V secolo avanti Cristo nel territorio della medicina e poi delineatasi in ambito filosofico, letterario e della comunicazione nella quotidianità. Nell'epoca presente, la parola «malinconia» appare sempre più desueta, almeno nel lessico specialistico psichiatrico e psicologico. Domina ancora, esplicita e assunta a ordinatore semantico, solo in opere definibili di «psicopatologia antropologica», ed è appena il caso di ricordare Melancholie und Manie di Ludwig Binswanger , o Melancholie di Hubert Tellenbach o, più vicino a noi, Psichiatria e fenomenologia di Umberto Galimberti (, parte terza, cap. 4, La malinconìa e la presenza perduta) o ancora Malinconia di Eugenio Borgna . Ma in repertori internazionali di psichiatria cui taluno attribuisce la massima autorevolezza nel dialogo attuale tra specialisti, come il diffusissimo DSM-IV (, ed. it. ), compare in un rango del tutto secondario, nella veste di una possibile «specificazione» fra le tante di un episodio del c.d. Disturbo Depressivo (specificazione: «Con Manifestazioni Melancoliche»). Non più presente, dunque,