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Il materiale che compare in questo numero è stato pubblicato ne Il ruolo terapeutico, n. 80, gennaio 1999.
La collega di Genova Antonietta Scibilia mi chiede nella rubrica Spaziozero (RT 78) perché chiamo terapia occupazionale quello che pratico invece di chiamarlo psicoanalisi. Io lavoro in una stanza piena di oggetti e materiali che invitano al fare. I miei pazienti cucinano torte, costruiscono navi di legno, fanno bolle di sapone, si vestono da maghi. Mentre trasformano materiali con le mani, mettono in moto emozioni, ricordi, pensieri in un processo relazionale continuo nel quale io partecipo. Io chiamo questo operare psicoanalisi applicata alla terapia occupazionale oppure terapia occupazionale ad indirizzo psicoanalitico. Per poter fare ciò occorre avere una formazione in terapia occupazionale e una in psicoanalisi.
Penso che sia importante che uno sappia da dove parte e da che base si evolve professionalmente. Partire come terapista occupazionale, oltre ad affrontare una formazione rigorosa, vuol dire avere voglia di usare le mani per trasformare i materiali e credere che costruire, manipolare e giocare possano essere una strada per alleviare la sofferenza. A Genova ho descritto il mio lavoro clinico con bambini e adolescenti con disturbi emotivi. Ci sono anche terapisti occupazionali che lavorano con lo stesso indirizzo psicoanalitico nel campo riabilitativo neurologicomotorio con traumatizzati cranici, anziani, neurolesi. Utilizzando le attività nella relazione hanno scoperto non solo una ricchezza e una profondità umana ancora intatte nei loro pazienti gravemente colpiti, ma hanno potuto aiutare delle persone fisicamente dipendenti e senza risorse a ritrovare una soggettività che permettesse loro di procedere nella vita. In questi casi la relazione senza il fare non basta. Il paziente, nel trasformare i materiali, mette in moto mani, mente ed emozioni