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Nel mondo globalizzato di questa supercitata Fine Millennio, dove tutti corrono per evitare di giungere in ritardo alle continue presentazioni di sempre nuove idee finalizzate a sostenere «le magnifiche sorti e progressive», e in una disciplina come la tecnica psicoanalitica, tendenzialmente vergognosa del proprio incerto passato e tutta tesa a cercare di dotarsi di un meno incerto futuro, stupisce non poco imbattersi in un autore come Fred Busch, che con coraggiosa scelta contro corrente ritiene di dover rivisitare gli sviluppi antichi della teoria della tecnica per dare forma a uno stile operativo che sarebbe dovuto discendere da quanto teorizzato dai pionieri della disciplina, ma che in realtà è stato trasformato in qualcosa d'altro, qualcosa di ibrido.
La collocazione geografica dell'autore, sospeso nelle fredde brume dello stato del Michigan, nella parte settentrionale del poco ospitale Midwest nordamericano, lo ha probabilmente aiutato ad assumere l'atteggiamento distaccato nei toni, ma al contempo molto attento alla prospettiva storica, che lo caratterizza. Il suo assunto di base, nel libro qui in esame ma anche nelle sue numerose pubblicazioni comparse negli anni '90 sulle principali riviste del settore, è che il modello psicoanalitico della psicologia dell'Io, rimasto a lungo in auge nel continente nordamericano tanto da aver finito per essere connotato per antonomasia come «la psicoanalisi americana», non sia affatto una psicologia dell'Io e non discenda per nulla dagli sviluppi teorici e tecnici ai quali era giunto l'ultimo Freud del modello strutturale e della teoria dell'angoscia come segnale, né dal lavoro degli autori che hanno sistematizzato e definitivamente organizzato tale punto di vista, primo