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Kathy è un'amica cinquantenne di New York che conosco da circa trent'anni, anche se spesso la incontro solo a distanza di tempo. Ma ogni volta che la rivedo le sento raccontare più o meno la stessa storia: che è stata o sta molto male, che vive sola oppure con la madre, che non riesce mai a sfondare nelle due professioni parallele che da venticinque anni cerca di intraprendere, la pittura e la psicoterapia. Teoricamente il «caso Kathy» è da manuale. Figlia unica di madre nubile, non ha conosciuto il padre, ancor vivo, fino all'età di trentacinque anni. Quando a ventidue tentò di avere un contatto con lui, la madre glielo proibì drasticamente. «Figura paterna» per lei fu lo zio materno, artista, e la prima vocazione di Kathy fu appunto la pittura. A vent'anni lasciò la cittadina della Pennsylvania, dove era nata, per New York, allo scopo di diventare quel che lo zio non era stato, una grande pittrice, e avere molti amanti. Invece finì col convivere, per anni, con una artista lesbica: «Non mi piacevano le donne – mi diceva – ma mi sentivo obbligata nei confronti di lei, e ci stavo». Ebbe come maestro un grande artista ma quando cominciò davvero la carriera, sprofondò in un breakdown, condito di stati allucinatori e di gesti compulsivi, che nel corso dei quindici anni successivi, la portò ad essere la paziente di tre ben noti e prestigiosi psicoanalisti, delle principali scuole psicoanalitiche presenti a New York perché Kathy sceglie sempre quel che c'è di meglio sulla piazza. Di tutti e tre oggi lei dice peste e corna. La sua lunga esperienza di analizzanda la portò a cambiare vocazione: cominciò un training come psicoanalista. Ma non ha mai rinunciato a guadagnarsi il pane come artista. Risultato,