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Ammiccando in modo un po' fastidioso alla pruderie del lettore, l'editore italiano ha scelto di violentare il titolo originale di questo buon libro, centrato sul concetto di «confine» psicoanalitico e sul problema della sua violazione, per richiamarsi esplicitamente al sempiterno ma oggi molto più riconosciuto problema della caduta della correttezza professionale dell'analista all'interno della relazione terapeutica, argomento che pur costituendo la parte più interessante e più convincente di questo volume, ne rappresenta comunque soltanto una metà. Se vogliamo, è proprio questo il difetto principale del libro che Gabbard e la Lester hanno messo insieme, facendo finalmente, e fondamentalmente per la prima volta in modo sistematico, il punto della situazione su una questione che il mondo della psicoanalisi ufficiale ha sempre cercato di negare o di ammettere solo a malincuore ma la cui definizione ed eventuale risoluzione hanno continuato a resistere a un esame specifico. Infatti, nel tentativo di evitare di dare vita a un testo eminentemente descrittivo e necessariamente aneddotico per il materiale clinico utilizzato, gli Autori si sono sforzati (in un modo che non riesce a non sembrare artificioso) di creare un'ossatura teorica da impiegare come base per la discussione clinico-etica che costituisce il vero punto forte del loro testo, una discussione fondata solidamente sulla vasta esperienza che Gabbard si è andato costruendo negli anni grazie al lavoro di riabilitazione da lui svolto su 70 analisti resisi responsabili di una violazione