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Questo pamphlet di Mecacci ricorda i discorsi di certe ragazze dopo che si sono lasciate col loro ragazzo: lo accusano di essere egoista e di portare scarpe rosse, di avere un fratello idiota e di mangiare troppi gelati… Qualsiasi cosa che non garba va bene per diffamarlo. Analogamente, il criterio usato da Mecacci per questo libro è di buttarci dentro tutto ciò che, in un modo o nell'altro, possa gettare sospetto o ridicolo su psicoanalisti più o meno famosi. Tutto fa brodo. Gli analisti che hanno sedotto una loro paziente sono messi accanto a quelli che si sono suicidati, gli analisti (come lo stesso Freud) che hanno psicoanalizzato i loro figli accanto agli analisti che hanno sbagliato una diagnosi, l'amicizia con politici chiacchierati accanto allo stile troppo gelido di un analista quando scrive di un paziente. L'autore qui mette assieme una serie di fatti che i tanti storiografi della psicoanalisi hanno raccolto in questi ultimi decenni, ma lui personalmente - autore della Storia della psicologia del Novecento -non porta alcun elemento nuovo. Semplicemente combina, «divulga», quello che altri hanno scritto e scoperto. Ne risulta un pot-pourri di figuracce fatte dagli analisti nel corso dell'ultimo secolo. Non credo che questa accozzaglia di aneddoti equivalga ad una resa dei conti per un passato amore - come nel caso della fidanzata delusa - per la psicoanalisi, comunque sia documenta una visceralità poco storiografica.
Si prenda il capitolo dedicato ai suicidi degli analisti. Qui egli esibisce una lista di 18 suicidi di analisti più o meno celebri - tra cui Tausk, Stekel, Federn, Bettelheim - compiuti nel corso di un secolo. Ma da uno studioso dei potenziali evocati uno si aspetterebbe qualche dato per verificare se il tasso dei suicidi tra gli analisti sia superiore, eguale o inferiore a quello della popolazione occidentale in generale. Una lista di suicidati, in sé e per sé, non