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Questo breve testo affronta quell'insieme di credenze sul potere dell'immaginazione materna che si riferiscono all'origine dei difetti di nascita, dai bambini con due teste (o senza) a quelle innocue macchie più o meno deturpanti che vanno sotto il nome popolare di «voglie». Tema affascinante, sinora trascurato dagli psicoanalisti come anche dagli storici della mentalità, esso viene trattato qui con due criteri. Il primo, storico (a cura di Angelini), decisamente più interessante, che occupa la prima parte del libro; il secondo psicoanalitico, con sette brevi saggi che intendono fornire delle riflessioni sul senso di tali credenze. Già rintracciabile nella biblica storia di Giacobbe, se pur riferita agli animali, la fede nella vis imaginativa delle donne incinte, produttrice di mostri, emerge e domina la scena fra il '500 e il '700, con lo sforzo congiunto di medici, eruditi e filosofi. Forse legato alla nascita del pensiero scientifico europeo, che tutto vuole ricondurre a un qualche determinismo naturale - appunto l'immaginazione - ma che ancora ignora l'embriologia, brancolando fra l'homunculus e l'epigenesi. Non mancano gli scettici, i quali però non soddisfano la sete di certezza dei genitori, i medici che elargiscono consigli per avere figli sani e bellissimi, i truffatori che sfruttano la paura e il fascino della mostruosità, i giuristi che vogliono spiegare il bambino nero nato da madre bianca. Chiude questa prima parte un'appendice antologica con estratti dalle opere degli autori più rappresentativi, da Della Porta a Joubert, Blondel e altri ancora. I titoli dei saggi della seconda parte sono «Le voglie: la psicoanalisi interroga una credenza» (Trinci), «Nell'erbario delle “voglie”: la psicoanalisi incontra la botanica» (Trinci), «L'erba cattiva: le vicissitudini del desiderio femminile» (Argentieri), «L'erba voglio» (Maffei), «Voglia di giocare. Ovvero la leggenda del “materno desiderare”» (Giannakoulas,